FAI | In occasione di Milano Art Week quattro capolavori di Adolfo Wildt dal 15/04/2026 al 28/06/2026
Il FAI - Fondo per l’Ambiente Italiano
presenta
Milano Art Week:
quattro capolavori di Adolfo Wildt
a Villa Necchi Campiglio
dal 15 aprile al 28 giugno 2026
Villa Necchi Campiglio - via Mozart 14, Milano
Il FAI - Fondo per l’Ambiente Italiano
presenta
Milano Art Week:
quattro capolavori di Adolfo Wildt
a Villa Necchi Campiglio
dal 15 aprile al 28 giugno 2026
Villa Necchi Campiglio - via Mozart 14, Milano
Il FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano ETS presentaa Villa Necchi Campiglio dal 15 aprile al 28 giugno 2026, in occasione della Milano Art Week, un percorso espositivo inedito dedicato adAdolfo Wildt (Milano 1868 – 1931), grande scultore del primo Novecento, disegnatore e medaglista di origine svizzera, proveniente da un’umile famiglia milanese.
L’iniziativa nasce curiosamente da un’assenza:il prestito temporaneo dell’opera dell’artista intitolataIl puro folle (Parsifal) del 1930, donata nel 2006al FAI come parte della Collezione Claudia Gian Ferrari, e divenuta ormai un’icona di Villa Necchi; l’opera è stata prestata per la mostra “Barocco. Il Gran Teatro delle Idee” in corso al Museo Civico San Domenico di Forlì fino al 28 giugno 2026. Questo temporaneo “vuoto” ha suggerito l’idea di uno scambio virtuoso tra le due istituzioni: grazie al Comune di Forlì - Assessorato alla Cultura e alla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, al posto de Il puro folle (Parsifal), è arrivata a Villa Necchi la Maschera del dolore (Autoritratto), opera di Adolfo Wildt del 1909, proveniente dalla nuova sezione museale dedicata ai Grandi Donatori del museo forlivese. L’opera resterà a Villa Necchi per tutta la durata della mostra di Forlì, consolidando un dialogo tra le due istituzioni fondato sulla condivisione e sulla valorizzazione congiunta dei patrimoni.
A partire da questo prestito, il FAI ha voluto allargare lo sguardo su Adolfo Wildt, accogliendo altre tre opere dell’artista prestate da collezionisti privati: Atte (La Vedova) del 1892 e il Martirologio del 1895, appartenenti alla primissima produzione di Wildt e provenienti dalla collezione di Massimo Minini, e L’anima e la sua veste del 1916, proveniente da una collezione privata milanese. Sono tre opere intense e intime, che consentono di approfondire,nell’evoluzione del linguaggio plastico dell’artista, la sua riflessione sulla dimensione interiorenellacostruzione di un’immagine spirituale dell’individuo.
Il FAI così partecipa alla Milano Art Week con un originale allestimento dedicato ad Adolfo Wildt: quattro nuove opereche a Villa Necchi si integrano e dialogano con la collezione permanente, con l’architettura e con gli arredi, mantenendo lo “spirito di casa” che anima qui ogni iniziativa culturale. L’iniziativaoffre l’occasione di ammirare opere da collezioni private, di approfondirela figura di un grandissimo scultore attraverso opere meno note, ma anche di valorizzare la rete di relazioni culturali e collezionistiche che sostengono e danno sempre nuovo stimolo e valore all’attività culturale del FAI, per promuovereun sempre più fitto dialogo tra opere, spazi e storie di mecenatismo.
Le opere saranno integrate nel percorso di visita e accompagnate da schede e approfondimenti dedicati.
Si ringrazianoMassimo Minini, il Comune di Forlì - Assessorato alla Cultura e la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì.
Villa Necchi Campiglio è Museo riconosciuto da Regione Lombardia.
Per informazioni: www.villanecchicampiglio.it.
ADOLFO WILDT
dal 15 aprile al 28 giugno 2026
Villa Necchi Campiglio - Via Mozart 14, Milano
Tel. 02 76340121 – fainecchi@fondoambiente.it
Orari: dal mercoledì alla domenica, dalle 10.00 alle 18.00. Ultimo ingresso alle ore 17.00.
Biglietti: Intero € 15; Ridotto (6-18 anni) € 9; Famiglia (2 adulti e figli 6/18 anni) € 39; Iscritti FAI e National Trust gratuito; Bambini fino ai 5 anni gratuito; Studenti universitari (fino ai 25 anni) € 9
Testo di Massimo Minini
“Questa non è una mostra” ricorda il famoso titolo di MAGRITTE “Ceci n’est pas une pipe”.
Con l’arte recente si possono fare calembours e giochi di parole ma con Wildt non si scherza.
Lui era serio, burbero, intransigente, proprio come il Venerabile Jorge dell’Umberto che vedeva nell’ironia il diavolo, nel riso un’offesa alle intelligenze, nelle coscienze la vittoria di Belzebù.
Oppure come Testori che vedeva nell’astrazione il massimo dell’abiezione.
Ecco, noi abbiamo avuto la fortuna di vivere un’epoca disposta ad accogliere tutto e il contrario di tutto, giustificando, come fece Leonardo Sciascia, quest’apparente contraddizione come un oliato scivolo verso la modernità capace di tutto, anche di smentire i propri assunti (contraddisse e si contraddisse) trovando nella contraddizione la ricomposizione degli opposti.
Chissà cosa avrebbe detto Adolfo di questa permissività, di queste giustificazioni, lui così serio, preciso, metodico, come spiega ne “L’arte del marmo”, il piccolo libro capolavoro dove presenta la propria teoria senza scampo, senza rete. L’occasione di questa non-mostra, anche se quantitativamente piccolissima, permetterà al visitatore di vedere opere dei primi anni di Wildt, prima della deformazione del soma.
“Atte” (altro titolo “La Vedova”) è la prima opera del Nostro (1892), marmo di Candoglia (quello del Domm de Milàn), tenuemente rosato, come la scodella di candida ceramica dove ancora oggi a Piacenza è dato bere lambrusco che lascia un’ombra de vin, colore in memoria del suo transito.
E’ l’addio della scultura al XIX secolo, mentre sotto il foulard di “Martiriologio” fa capolino l’annuncio e il taglio dei piani che il futurismo e il cubismo esalteranno di lì a poco. Canova e Laurana, Palermo e Milano, il diavolo e l’acqua santa si ritrovano qui per un addio al XIX e un welcome al XX secolo.
La donna, la femmina, esploderà di lì a poco, con les demoiselles, con il grande nudo rosa, con la sfacciataggine della fotografia nella sua evidenza. (Addirittura, un nome – Adolfo - che è un pre-annuncio lugubre con quel double V che, messo in fila, ci parla del DOMM).
Senza saperlo, senza volerlo, il maestro di Fontana e Melotti, con queste due opere, fa da cerniera a due secoli: una apre e una chiude, proprio come il civico 11 Rue Larrey, a conferma che tout se tient nel sottosuolo della scultura. Quella scultura che un giorno ho trovato per caso e senza volerlo in un’asta ad Amsterdam. Era uscita dall’Italia dopo la mostra alla Permanente di Milano un secolo avanti, ed eccovela qui, servita senza il lambrusco di Piacenza, ma con la sua ombra.
Un’ombra de vin.
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